Amazzonia, il progetto degli indigeni per salvare la foresta presentato all’Onu

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Amazzonia, il progetto degli indigeni per salvare la foresta presentato all'Onu

Un enorme santuario grande 200 milioni di ettari, in grado di proteggere la fauna selvatica e di garantire una maggiore stabilità climatica.

È questo il piano per la creazione della più grande area protetta del mondo, un vero e proprio “corridoio della vita”, proposto dai gruppi indigeni dell’Amazzonia in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità.

Una proposta di resistenza e di difesa dell’ambiente che si scontra con il piano del neo eletto presidente brasiliano Bolsonaro. Chi vincerà?

Bolsonaro

“Effetto Bolsonaro” sulla foresta amazzonica

L’osservatorio Imazon ha misurato «l’effetto Bolsonaro» sulla deforestazione in Amazzonia. Alla fine di ottobre alcuni scienziati dell’Istituto di ricerche spaziali Brasiliano (Inpe) hanno realizzato dei modelli per misurare l’aumento previsto della deforestazione con l’attuazione delle promesse di Bolsonaro.

Il risultato dello studio è un aumento previsto del 268%, passando da 6,9 mila km quadrati annui a 25,6 mila km quadrati annui entro il 2020. Un dato che, se confermato, farebbe precipitare il Paese alla situazione del 2004, prima delle campagne internazionali in difesa dell’Amazzonia, quando ogni anno venivano rasi al suolo 27,8 mila km quadrati di foresta.

Indigeni a protezione della foresta amazzonica

Cosa prevede il progetto degli indigeni

Dalle Ande all’Atlantico, il parco è frutto dell’alleanza tra le comunità amazzoniche nel mezzo di una delle controversie ambientali e politiche più importanti del mondo.

La Colombia aveva già proposto un progetto simile, riguardante Ande, Amazzonia e Atlantico, e prevedeva di presentarlo in occasione della “Cop24” in corso in questi giorni, ma l’elezione di nuovi leader di destra nel paese e in Brasile ha messo in dubbio quello che sarebbe stato un contributo importante delle nazioni sudamericane per ridurre le emissioni.
Bolsonaro in primis viene considerato una minaccia, con le sue politiche a danno dell’ambiente.

Ma l’alleanza indigena, che rappresenta 500 culture di 9 paesi dell’Amazzonia, ha preso in mano le redini della situazione, proponendo un “corridoio sacro di vita e cultura” che avrebbe le dimensioni del Messico.

“Veniamo dalla foresta e ci preoccupiamo di ciò che sta accadendo”, ha detto Tuntiak Katan, vicepresidente del Coica (Coordinator of the Indigenous Organisation of the Amazon River Basin). “Questo spazio è l’ultimo grande santuario del mondo per la biodiversità. È ancora lì perché noi ci viviamo. Altri posti sono stati distrutti”.

I leader indigeni del Coica hanno dichiarato che porteranno avanti il piano indipendentemente dalla mutevole situazione politica, anche se stanno cercando una rappresentanza a livello governativo alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità e vogliono allearsi con gruppi indigeni e ONG in altri paesi.

Ma il loro potere politico è debole e molti temono che possano subire assalti violenti da parte dei colossi dell’agro-business e dei minatori, incoraggiati dal governo a trasferirsi nel loro territorio.

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